La depressione e l’ansia in una prospettiva di coaching

Accostarsi a termini come depressione e ansia significa fare associazioni automatiche immediate di carenza, deficit, malattia, incapacità, inadeguatezza. Associazioni figlie di una cultura patologizzante e colpevolizzante.

E’ chiaro che in una prospettiva simile sono termini che spaventano, che inducono alla fuga, al voler mettere la testa sotto il sacco.

Accostarsi invece con un approccio costruttivo e di fiducia significa interpretare la depressione e l’ansia come manifestazione di un potenziale represso. Una visione del genere induce un atteggiamento completamente diverso che a che fare con curiosità, scoperta, sfida.

L’ipotesi che il coaching sostiene è che alla base delle depressioni attuali ci sia la fatica di riconoscere e tirar fuori il potenziale umano, la fatica di essere sè stessi, la difficoltà di perseguire un processo di autorealizzazione.

Il malessere oggi ci comunica che le persone non sono più disposte a concentrarsi su obiettivi di performance e di raggiungimento di status sociale. Il costo emotivo è troppo elevato. Ne sono testimonianza foltissimi gruppi di individui che nonostante abbiano ottenuto obiettivi lavorativi di successo, raggiunto standard sociali elevati, vivono una condizione di profonda infelicità; oppure giovani che hanno ottenuto dopo mirabolanti acrobazie il tanto sospirato posto fisso,  e si ritrovano in uno stato di drammatica apatia. Mamme che hanno fatto della crescita performante dei propri figli un progetto di vita votato al sacrifico e alla rinuncia costante che si confrontano poi con risultati educativi disastrosamente fallimentari.

Ma la misura del vertiginoso cambio di tendenza la danno gli adolescenti che quando, quella fortunosa volta, si rivolgono timidamente e timorosamente al futuro l’unica frase che sanno dire con certezza è ” io la vita dei miei genitori non la voglio fare. Se proprio devo impegnarmi in qualcosa, voglio fare qualcosa che scelgo e che mi appassiona completamente.” E come se dicessero ” la società di oggi non è quella di un tempo, non è più in grado di mantenere le promesse, tanto vale fare ciò che mi piace”.

C’è un bellissimo libro che consiglio di Benasayag e Schmit che ha descritto quest’epoca come “l’epoca delle passioni tristi”. Come coach riteniamo che questa sia in realtà l’epoca delle passioni autentiche, l’epoca degli spiriti liberi. La crisi attuale in realtà è una straordinaria opportunità per consentire di sviluppare progetti di crescita, di autorealizzazione.

In un’ ottica del genere l’ansia e  la depressione sarebbero quindi indicatori di un processo di estraniazione delle nostre più preziose facoltà. Rimettersi in contatto con la nostra natura autentica, recuperare la fiducia nelle nostre potenti risorse interiori, permettersi di ricoprire la nostra vocazione rappresentano un cambio di tendenza indispensabile per superare e affrontare l’ansia e la depressione.

Ansia e depressione in un paradigma di sviluppo, di salute, di benessere. E non di malattia, dolore, e sofferenza.

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